On the way

E’ da circa 34 anni che percorro questa strada.
Sinceramente non ho ancora capito dove sto andando.
So soltanto che a volte la percorro troppo in fretta e perdo di vista tutte le cose belle che mi circondano. Spesso mi dimentico di avere dei compagni di viaggio eccezionali: una moglie straordinaria, con la quale ho percorso quasi metà di questo cammino; una bimba dolcissima che mi fa riscoprire quanto siano belle le cose semplici; una famiglia straordinaria, che mi ha coccolato fino a farmi sentire un principe senza meritarlo; degli amici, pochi ma preziosi come poche altre cose al mondo.
La mia attenzione invece, ricade su tante cose futili. Che magari mi portano via energie preziose, facendomi perdere come in un labirinto.
Ma purtroppo su questa strada non ci sono cartelli ad indicarmi quali direzioni prendere, quali strade non percorrere, quali soste evitare o quali pericoli mi attendono. E così sbaglio, a volte cado e magari mi faccio pure male. Ma solo così riesco ad imparare…” The most amazing things come from some terrible nights” dicono i Fun in una loro canzone.
Be’… Forse è proprio per questo che la mia strada e’ così meravigliosa…

Che cosa c’è..

Che cosa c’è nella promessa del futuro, in un nuovo anno che inizia e non si sa dove va? C’è il bisogno di sognare, quella magia che viene dal tempo sospeso, dalle vacanze, da un ritmo più umano di giorni che spezzano l’abituale susseguirsi del circolo vizioso lavoro-casa-lavoro. C’è quella serie di tenerissimi propositi che magari non manterremo, ma ci riscaldano un po’ l’anima. Come gocce di balsamo sul cuore, ci nutrono visioni di noi in palestra, oppure a un corso-di-quelli-che-abbiamo-sempre-sognato-di-frequentare-ma-non-ne-abbiamo-il-tempo. Noi circondati dagli amici che ci ripromettiamo di passare a trovare, un giorno o l’altro. Noi così, noi colì. Strafighi, straintelligenti, stratutto. Non oggi, però.

Una volta staccati gli occhi dal pc e con la mente di nuovo sulla terra, troviamo un po’ di tempo per osservarci la panzetta piena di pandoro, nutella e pasta con le vongole ancora da digerire (non necessariamente in quest’ordine).salto Quasi senza accorgercene, scivoliamo di nuovo nel sonno ipnotico della “vita vera”. Quella fatta di dovere. Quella che ha fatto impazzire Jack Torrance in Shining. Quella che proprio non ci va.

Sapete che c’è? Oggi faccio qualcosa per me, so già cosa ma non lo dico per pudore.
Domani, però, vado a correre.
Domani, promesso.
Intanto, buon anno a tutti!

Il mio piccolo elogio della follia

Sia benedetta la follia quando è piacere. Sia benedetto il folle quando si nutre di passione senza regole. Sia lodato l’emarginato, l’oppresso coerente con la sola verità: l’assenza di verità.

Sempre sia lodato il pauroso che ha fatto un passo avanti, l’eterno giovane che è anche eterno vecchio, chi sorride per scelta e non per caso, chi beve perché ha sete e mangia perché ha fame.

Sempre sia lodato il solitario che ha imparato ad apprezzare l’altro, chi non ha tempo da recuperare né vuoti di silenzio da riempire.

Sia benedetta la notte che scende nell’anima per nutrirla di ombre immortali.

SPINE NEI PENSIERI

Fanno male e fanno bene. Sono momenti in cui qualcosa punge dentro e ci allontana dalla densità fluida e comoda del sentirsi sereni. Dopotutto, che noia la serenità. Non è che un miraggio imperfetto, l’imperfezione nella perfezione apparente, una pozzanghera ampia e informe che si fa guardare da lontano. Quanto è piacevole, a volte, lasciarsi sferzare il viso dal vento freddo, trovarsi fuori dalla terra di mezzo del “troppo” e del “troppo poco”, sentire la vita che si affaccia prepotente, dietro l’apparenza della mediocrità.

ARRIVA QUEL MOMENTO…

In cui ti chiedi che cavolo hai rischiato a fare, ti dici forse era meglio rimanere dov’ero e com’ero, insisti sulla paura del futuro e i dubbi del presente, sul sarcasmo di chi ti dice che non vorrebbe essere al posto tuo. Arriva, prima o poi, quell’attimo, secondo, ora, giorno, in cui ti chiedi se vale la pena darti così da fare per essere chi sei, dal momento che forse chi sei in realtà non lo saprai mai. Arrivano sospiri di speranze vaghe, tè caldi consumati in silenzio, libri letti senza leggerli ossia senza pensare, parole come queste, ignobilmente sparse dal caos dell’anima sul caos della pagina bianca. Parole che non sanno dove vanno perchè non sanno da dove vengono. Arriva quel momento prima o poi, mi sa. Per me è arrivato. E qualcosa, nel caos, mi dice che è il momento più bello. Qualcosa mi dice che va bene così.

CHE COSA MI FA STAR BENE?

Compiere almeno un atto creativo al giorno, che può essere tutto, una torta, un disegno, una riga scritta, una nota cantata, una battuta divertente, il silenzio al momento opportuno.

Sorridere almeno una volta al giorno. Alla vita, a un amico, al mio amore, a me, a un cagnolino al guinzaglio che trascina il padrone.

Regalarmi qualcosa ogni giorno. Un gelato, la lettura di una poesia, una canzone ascoltata con l’anima, una telefonata piacevole, uno sguardo di gratitudine allo specchio.Image

LA FIDUCIA…

Usi e abusi di una parola. Stavolta è “fiducia”. Oggi poi, è il giorno in cui il Parlamento deve decidere se far proseguire il Governo Letta o far finire i giochi, attraverso il meccanismo istituzionale della fiducia. Aridanghete. Fiducia come spartiacque tra una precarietà imposta e il salto nel vuoto che più vuoto non si può. Ormai avvezzi a governi traballanti, colpi di scena, chiacchiere da ballatoio, con un pizzico di masochismo continuiamo ad osservare il grande circo mediatico e politico, fatto di nani e ballerine sempre più stanchi, facce tirate, proclami poco convinti, confusione che regna sovrana. Nell’entourage di Berlusconi il più tranquillo è senz’altro Dudù, il cane della fidanzatina ventottenne, comparsa inconsapevole e incolpevole dell’ennesima buffonata di corte.

Mentre tutto scorre nel vuoto pneumatico più assoluto, in mezzo a parole che mai si azzardano a diventare fatti, i nostri rappresentanti in Parlamento (ebbene sì, tecnicamente è così) e di conseguenza tutti noi, ancora una volta veniamo esortati ad avere fiducia. Stanchi, affamati, schifati, arrabbiati ma forse non abbastanza, vittime e carnefici di noi stessi, dovremmo resistere e conservare questa benedetta fiducia come fosse una reliquia. Ho il sospetto che questa volta non durerà. Mi sa che la fiducia la dobbiamo mantenere, però senza sprecarla. Teniamola per noi stessi, per le nostre capacità, per quelle piccole vittorie in cui le parole diventano fatti concreti, stavolta sul serio. Non svendiamo la fiducia, non svendiamoci. Se no rischiamo di farle fare la fine della speranza. Che sarà pure l’ultima a morire, ma è anche (quasi) sempre la prima ad ammalarsi.

TUTTO IL MONDO E’ PAESE

 

In Italia un’altra donna è stata picchiata, stavolta dal padre. Si è innamorata di un uomo che appartiene a una razza diversa, impopolare anzi odiata, ed è stata punita per questo.  Il padre è un volgare delinquente, corrotto al punto da aver evitato il carcere nonostante tutti sappiano che è colpevole. La ragazza ha scelto di non denunciarlo per non mandarlo in carcere a vita, visti i precedenti. Una costola rotta e altre ferite pesanti, vissute nel silenzio. Tutti sanno e nessuno parla.

Nel nome di che cosa? Della famiglia? Un padre ha il diritto di mandarti in ospedale a forza di botte?  Allora forse, in nome di un’arcaica difesa di ciò che è mio, della mia terra, delle mie figlie femmine considerate come oggetti, della mia razza che non deve essere imbastardita da contaminazioni esterne?

Pochissimi giorni fa invece, nello Yemen, una bambina di otto anni è morta: era stata venduta come moglie a un quarantenne la prima notte di nozze ha avuto un’emorragia interna. Questa notizia orribile ha svelato o ricordato al mondo che esistono ancora molte spose bambine nello Yemen, ma anche in altri paesi dell’Asia meridionale e dell’Africa sub sahariana.

Sapete qual è il mio problema? Non riesco a fissarmi sui particolari, spesso vedo le cose da una prospettiva ampia. Tendo ad accomunare, paragonare, mettere in relazione persone, cose, sentimenti, fatti che in teoria avrebbero poco in comune.

La questione è questa: può una donna, in qualunque tempo, in qualunque luogo, a qualunque età, essere considerata se va bene un prodotto da consumare, se va male una ciabatta vecchia da rottamare? Può una donna essere sfigurata con l’acido, uccisa, picchiata, violentata, molestata, trattata con sarcasmo o indifferenza? Non ho detto “Può una donna oggi”. Non ho detto “Può una donna qui”. Neppure “Può una donna adulta, una ragazzina, una bambina”. Perchè la violenza è violenza, sempre, comunque, chiunque la commetta o la subisca.

E’ ora di finirla col relativismo, che spesso fa comodo a chi non vuol vedere.

CHIACCHIERE DA BAR

Appena leggo le notizie mi immagino già i luoghi comuni che seguiranno, come fossero una tassa da pagare. Il papa ha detto che i conventi vanno dati ai rifugiati? “Quant’è bravo questo papa, mi piace proprio, mi piace come dice buongiorno, buonasera, buon appetito”. Tutto bellissimo, ma nessuno parla del fatto che alle parole non seguono i fatti, lo Ior è ancora lì e le proprietà della Chiesa restano esenti da Imu. Sicuramente questo papa ha rotto alcuni schemi, ma troppo c’è da fare e le parole non bastano.

Undici Settembre per non dimenticare? Sinceramente il resto dell’anno non dimentico i morti che gli americani hanno causato e ciò che minacciano di scatenare in Siria. Non dimentico nemmeno che l’11 Settembre del ’73 il presidente cileno Allende è stato messo all’angolo dal colpo di Stato di Pinochet e si è ucciso.

Belen Rodriguez ha ricevuto due rifiuti da altrettanti preti che non vogliono celebrarne il matrimonio, visti i suoi trascorsi? Ma chi se ne fotte! Se questa è una notizia io sono l’orso Yogi.

Il problema è che rischio seriamente di dovermene andare in giro al grido di yabadabadoo, perchè la maggior parte del chiacchiericcio da bar è fatto di parole come “Belen e Stefano”, “povero Bevilaqua” (ormai è morto,  perchè insistere a mettere in piazza vicende che sarebbe il caso di lasciare alla sfera privata?) e altre amenità. A proposito, come ho potuto trascorrere le ultime settimane senza sapere di cosa si nutre il royal baby e se fa regolarmente il ruttino?

Sapete che c’è? Sono stufa di subire il chiacchiericcio inutile e di perdere il mio tempo dietro a luoghi comuni di ogni forma, colore e dimensione. D’ora in poi la mia risposta sarà “sti cazzi”. Se va bene, e solo se sarò di buonumore.

LO SGUARDO è ANCORA SOCIAL?

Mi viene spontaneo chiedermelo, in questi tempi di social networking esasperato, in cui la parola scritta (spesso male) domina incontrastata su obsolete birrette in compagnia, cene di gruppo o caffè con amici che hanno voglia di chiacchierare. Mentre cammino per strada incrocio molti sguardi in meno e osservo tante teste chine sullo smartphone; in metro sbircio la tizia impegnata con candy crush o il tipo dall’aria intellettuale che legge il giornale sull’ipad. Ok, sarà che non riesco a farmi i fatti miei, ma sui mezzi benedico sempre il matto di turno che, sproloquiando ad alta voce, riesce ad attirare l’attenzione su di sé, convogliare gli sguardi in un’unica direzione, strappare un sorriso.

Me lo sono già chiesto in passato: chi è più matto? Faccio fatica a rispondere, più che altro intorno a me vedo molta solitudine, spesso abilmente nascosta dietro vite di facciata. Poi, come spesso accade quando i pensieri troppo generici portano con sé un po’ di malinconia, mi ricordo il viso di un po’ di persone che hanno avuto voglia di guardarmi negli occhi, mi hanno aperto il cuore e continuano a scaldarmi l’anima.

Sorrido tra me e me e mi consolo pensando che forse la tizia di candy crush a casa avrà un uomo che la aspetta con la cena pronta e una candela accesa (mmmh oddio mi sa che sto fantasticando troppo), mentre il tizio dell’ipad stava semplicemente leggendo qualche notizia per passare il tempo, ma non ha dimenticato come si gioca con gli sguardi.