Il lamento di Danae

Ancora una volta, la cronaca ci parla di emigranti che cercano di raggiungere le nostre coste. forse alla ricerca di nuova fortuna, forse perchè costretti dai propri familiari o più semplicemente perchè disperati.
Credo che nessuno sappia veramente cosa si prova all’interno di quei barconi, dove centinaia di esseri umani vengono stipati come bestie dagli scafisti.
Riesco ad immaginare soltanto la disperazione di un genitore che, durante la traversata, quando magari il mare grosso ed il vento infieriscono sul gommone, pensa alla sorte del proprio figlio e prova a proteggerlo dalla furia della tempesta.
Dedico a quei genitori lo splendido brano di Simonide di Ceo, il Lamento di Danae.
Danae viene rinchiusa da suo padre, Acrisio re di Argo, in una cassa rivestita di chiodi insieme a suo figlio Perseo e poi gettata in mare. E, magari proprio come un emigrante disperato, il suo ultimo pensiero e la sua ultima preghiera sono per il proprio figlio.

“Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
quale pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno il tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi. Un mutamento
avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;
e qualunque parola temeraria
io urli, perdonami,
la ragione m’abbandona”»