eh la peppa… (PIG)…

ti ho vista pilotare una mongolfiera…
ti ho vista guidare il camion dei pompieri e lo scuolabus…
ti ho vista fare la maestra…
ti ho vista fare la direttrice in un museo e la segretaria in una biblioteca…
a alcune puntate di Peppa Pig ancora non le ho viste…
ma io dico: in un mondo di disoccupati, perchè tu, mamma coniglio, fai 100 mestieri????
e poi, mi spiegate perchè tutti gli animali parlano un italiano perfetto, mentre le papere/oche starnazzano??? che sono, animali di serie B???
e comunque, la sera ormai, davanti ad una cena super veloce, che dura quell tanto che nostra figlia ci concede, con mia moglie si discute degli episodi di peppa pig…il telegiornale, CSI, striscia la notizia, sono solo dei lontani ricordi…

Miti ed eroi…

Oggi ascoltavo la radio, come ogni mattina andando a lavoro.
mi capita spesso di seguire un programma in particolare…una radio romana che parla di calcio vecchie maniere.
è una trasmissione atipica, in cui l’aspetto tecnico/tattico di quello che viene definito lo sport più bello del mondo, passa in secondo piano rispetto all’argomento principale, ovvero i sentimenti…
oggi si parlava di miti. spesso crediamo che i miti siano i calciatori, gli sportivi o gli attori famosi…tutta gente da imitare, da emulare.
il conduttore però faceva una riflessione. per lui i miti sono i suoi genitori. chi magari con uno stipendio solo, magari nemmeno troppo sostanzionso, riesce a mandare avanti una famiglia, a far crescere i propri figli, forti e sani. chi per tutta la vita si priva di tante cose, “mangia pasta e patate” per non far mancare una fetta di carne ai suoi bambini.
Effettivamente, i miti ce li abbiamo in casa, non ci serve la tv. non ci servono nè i grandi stadi nè il cinema.
i nostri genitori sono i nostri eroi, i nostri modelli da seguire.
spero che la mia bimba sappia amarmi così, per quello che sono e prego affinchè io riesca ad essere per lei anche solo la metà di quello che sono stati i miei genitori per me.

CHE COSA MI FA STAR BENE?

Compiere almeno un atto creativo al giorno, che può essere tutto, una torta, un disegno, una riga scritta, una nota cantata, una battuta divertente, il silenzio al momento opportuno.

Sorridere almeno una volta al giorno. Alla vita, a un amico, al mio amore, a me, a un cagnolino al guinzaglio che trascina il padrone.

Regalarmi qualcosa ogni giorno. Un gelato, la lettura di una poesia, una canzone ascoltata con l’anima, una telefonata piacevole, uno sguardo di gratitudine allo specchio.Image

LA FIDUCIA…

Usi e abusi di una parola. Stavolta è “fiducia”. Oggi poi, è il giorno in cui il Parlamento deve decidere se far proseguire il Governo Letta o far finire i giochi, attraverso il meccanismo istituzionale della fiducia. Aridanghete. Fiducia come spartiacque tra una precarietà imposta e il salto nel vuoto che più vuoto non si può. Ormai avvezzi a governi traballanti, colpi di scena, chiacchiere da ballatoio, con un pizzico di masochismo continuiamo ad osservare il grande circo mediatico e politico, fatto di nani e ballerine sempre più stanchi, facce tirate, proclami poco convinti, confusione che regna sovrana. Nell’entourage di Berlusconi il più tranquillo è senz’altro Dudù, il cane della fidanzatina ventottenne, comparsa inconsapevole e incolpevole dell’ennesima buffonata di corte.

Mentre tutto scorre nel vuoto pneumatico più assoluto, in mezzo a parole che mai si azzardano a diventare fatti, i nostri rappresentanti in Parlamento (ebbene sì, tecnicamente è così) e di conseguenza tutti noi, ancora una volta veniamo esortati ad avere fiducia. Stanchi, affamati, schifati, arrabbiati ma forse non abbastanza, vittime e carnefici di noi stessi, dovremmo resistere e conservare questa benedetta fiducia come fosse una reliquia. Ho il sospetto che questa volta non durerà. Mi sa che la fiducia la dobbiamo mantenere, però senza sprecarla. Teniamola per noi stessi, per le nostre capacità, per quelle piccole vittorie in cui le parole diventano fatti concreti, stavolta sul serio. Non svendiamo la fiducia, non svendiamoci. Se no rischiamo di farle fare la fine della speranza. Che sarà pure l’ultima a morire, ma è anche (quasi) sempre la prima ad ammalarsi.